Manifesto scientifico, frutto dei contributi di:

Fra Paolo Benanti, teologo esperto di etica delle tecnologie
Fra Giuseppe Buffon, storico
Giovanna Cuzzani, psichiatra
Fra Gilberto Depeder, teologo
Marco Dolfin, medico e campione paralimpico
Lorenzo Fazzini, responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana
Giovanni Maria Flick, già ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale
Gianluca Lista, direttore di neonatologia all’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano e francescano secolare
Mauro Magatti, sociologo
Marinella Maggiori, musicoterapeuta
Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata
Michela Marzano, professoressa di Filosofia morale all’Université Paris Descartes
Gianluca Montaldi, direttore editoriale delle Edizioni Dehoniane di Bologna
Fra Giovanni Salonia, psicologo e psicoterapeuta
Fra Antonio Scabio, psicologo e psicoterapeuta
Antonia Chiara Scardicchio, professoressa in Pedagogia Generale e Sociale presso Università di Bari Aldo Moro

Alla morte di Francesco d’Assisi, avvenuta nell’ottobre del 1226, frate Elia scrisse ai confratelli per annunciare loro “una grande gioia, uno straordinario miracolo” (FF 304-313): “le cinque piaghe”, ovvero le stimmate di Cristo impresse nel suo corpo. Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco d’Assisi, racconta che il Santo volle tenere nascoste quelle ferite, ricevute nel settembre del 1224 all’eremo de La Verna (FF 719-720), dove si era recato in un momento che noi definiremmo di “crisi”. Sappiamo infatti della sua difficoltà a rimanere con i fratelli, che faticavano ad accettare il suo radicalismo evangelico. Da un lato, per Francesco si apriva la personalissima via della santità e della perfezione, dall’altro, quella della fraternità e della comunione. La Storia ci dice che Francesco scelse questa seconda strada e la rese feconda sino a noi scegliendo di codificarla in una Regola posta all’approvazione del Papa, come ha sottolineato la passata edizione del Festival Francescano.

Ma che cosa ha prodotto in Francesco questo periodo di sofferenza, fisica e interiore? In primis, la consapevolezza dell’accettare una sconfitta, che è in estrema semplificazione il senso della “perfetta letizia” (FF 278). Poi, la più alta lode a Dio che sia mai stata scritta, conosciuta come il Cantico di frate Sole (FF 263), che non a caso propone nuovamente l’insegnamento chiave del Santo di Assisi: l’essere tutti fratelli e sorelle, compresi gli elementi della natura come il sole, la luna e le stelle.
Andando controcorrente rispetto al pensiero filosofico dei suoi tempi, Francesco pone attenzione sulla corporeità dell’uomo, nel rispetto per tutto ciò che Dio ha creato come cosa buona in se stessa, e sull’umanità di Cristo. Dopodiché, anche l’arte cambiò: pensiamo alle più famose crocifissioni – quelle di Cimabue, Giotto e Donatello – nelle quali la sofferenza viene espressa realisticamente. Un’onda lunga che arriva sino all’arte contemporanea, se guardiamo i tagli di Lucio Fontana o la body art di Gina Pane e Marina Abramović.

Quale significato dare alle ferite del corpo e soprattutto dell’anima? La risposta sta nella domanda stessa, ovvero: l’attraversare un dolore richiede sempre fornire senso a quel dolore. Sia il dolore subito, che quello inferto, necessita di significato per non cadere nel baratro. Affinché le ferite si trasformino in feritoie, occorre guardarle, riconoscerle. Non esistono cure immediate e non vogliamo intendere la guarigione come mera eliminazione del sintomo; bisogna essere consapevoli del fatto che con le ferite a volte si deve convivere e che il processo di guarigione può essere imperfetto o non definitivo. Questo non è semplice, in modo particolare nella nostra società, che impone di risolvere tutto molto in fretta. Sostare nella sofferenza appare un’inutile perdita di tempo, concentrati come siamo a ottenere sempre il massimo profitto. E mostrarci sofferenti non è accettato nei social network.

Esiste una forma d’arte, che incarna una vera e propria filosofia, secondo la quale un oggetto rotto non si butta, né si cerca di ripararlo nascondendo le cicatrici. Si tratta del Kintsugi, tecnica giapponese che ricompone oggetti in ceramica attraverso una lacca polverizzata con oro. Le venature della rottura vengono così evidenziate, rendendo in questo modo il vasellame nuovo, trasformato, unico. Del resto, nella nostra esperienza umana, al travaglio si associa contemporaneamente il significato di dolore e di generatività; più in generale, gli scienziati concordano sul ruolo positivo dell’imperfezione nei processi evolutivi.

Fuor di metafora, e giocando con la stessa radice etimologica delle parole, occorre non stigmatizzare le ferite altrui e non “auto stigmatizzarsi” per riempire di senso anche i momenti più bui. Come fare?
Un aneddoto riferito a Margareth Mead, la più nota antropologa mai esistita, ci aiuta a trovare una possibile risposta. A uno studente che le chiese quale fosse il primo segno di civiltà in una cultura, lei rispose: “un femore rotto e poi guarito”. Infatti, spiegò la scienziata, nel regno animale se ti rompi una gamba muori. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a guarire. Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui inizia la civiltà e concluse: “noi esseri umani siamo all’altezza di noi stessi quando serviamo gli altri”.

Le ferite, dunque, possono aprire alla civiltà – alla fraternità in termini francescani – mediante il prendersi cura. Mai come ora abbiamo bisogno di prenderci cura gli uni degli altri, a partire da quanto accade in famiglia. Sempre più adolescenti esprimono il proprio dolore infliggendosi ferite (il cosiddetto cutting). Ma più in generale, le dipendenze o i disturbi alimentari sono segnali della fatica di convivere con la propria vulnerabilità.

Che cosa accade quando le ferite appartengono a un’intera società o addirittura al mondo intero?
La recente uccisione di Giulia Cecchettin da parte dell’ex fidanzato ha prodotto una maggiore presa di coscienza collettiva riguardo a un problema, quello della violenza sulle donne, particolarmente presente in Italia, dove viene uccisa per mano di un uomo una donna ogni tre giorni. Come dicevamo, riconoscere la ferita, per poterla curare. E in questo caso la cura risiede, prima ancora che in leggi più dure e sistemi di protezione più tempestivi, nel riscrivere la grammatica delle relazioni affettive. Toccanti sono state le parole del padre di Giulia al funerale.

A livello globale, non possiamo più chiudere gli occhi di fronte alle ferite che l’uomo ha inferto al Pianeta.
Ne ha parlato diffusamente Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ del 2015, e lo ha ribadito nella sua ultima “Esortazione apostolica a tutte le persone di buona volontà sulla crisi climatica”, datata 4 ottobre 2023, festa di San Francesco. “Nessuno può ignorare che negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra che sono solo alcune espressioni tangibili di una malattia silenziosa che colpisce tutti noi.” – Scrive il Papa – “Non ci viene chiesto nulla di più che una certa responsabilità per l’eredità che lasceremo dietro di noi dopo il nostro passaggio in questo mondo”.

Infine, occorre fare memoria delle ferite che riguardano la collettività: i periodi più bui della storia sono caratterizzati dal negazionismo e dalle fake news. Ricordare significa onorare chi è stato ferito e porre le basi per una cultura che non riproponga gli stessi modelli.
Concludendo, le stimmate che Francesco riceve a La Verna acquistano il significato di bolla di approvazione divina alla vita di una persona che, sull’esempio di Cristo, abbracciando il lebbroso e tutte le creature, le ha liberate dalla stigmatizzazione di cui erano oggetto.