Manifesto scientifico
La XVIII edizione del Festival Francescano si terrà a Bologna dal 24 al 27 settembre 2026.
Sorella morte
Il passaggio che riscrive la Vita
Il Festival Francescano, nella sua diciottesima edizione e in occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, decide di affrontare il tema di questo delicato passaggio, difficile da condividere, anche nelle parole; oggetto di superstizione e spesso di rimozione.
Nel Cantico delle Creature, san Francesco usa quattro termini per definire il concetto: “sora nostra morte corporale”. Chiamandola “sorella”, la morte viene intesa come parte integrante e naturale della vita, uno stato che accogliamo al termine del nostro cammino terreno, ma il cui orizzonte di senso è dato dalla nascita e dalla rinascita. Qui sta il punto centrale dell’attualizzazione del messaggio cristiano e francescano: non una mera accettazione della fine della vita terrena, bensì l’occasione per sperimentare percorsi di trasformazione, ricerca di significato.
Il Cantico afferma chiaramente l’inevitabilità della morte (“nessun uomo vivente può scappare”). L’importante è la reazione a questa verità: essa ci obbliga a riconoscere la preziosità della vita e l’urgenza di condurre un’esistenza retta, nella luminosa e costruttiva prospettiva del Vangelo.
Stefano Mancuso, ospite al Festival Francescano 2025, nella pubblicazione Il cantico della terra, ha sviluppato un commento prezioso alla “lassa dello scandalo”: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale”. Leggendo il Cantico come l’esatta sequenza temporale dei fattori necessari a creare la vita, «la morte appare al suo posto, in fondo alla lista. Non perché ne rappresenti la fine, ma perché ne rappresenta un nuovo inizio». Egli denuncia con forza il fatto che «alcuni ricchissimi, ritenendo intollerabile che la loro immensa fortuna non riesca a garantirgli di imperversare per sempre (o comunque molto più a lungo) sulla terra, stanno investendo colossali somme nel tentativo di risolvere il problema. Sono convinti che, con gli adeguati finanziamenti, la scienza sia in grado di garantire, se non l’immortalità, qualcosa che le assomigli». Ogni giorno nel nostro corpo muoiono miliardi di cellule… Questo ci permette di vivere! «La morte è solo uno strumento che la vita adopera per prosperare, non il suo più feroce antagonista, e tutti gli sforzi, i soldi e le energie buttati in questa stupida lotta sono lo specchio della nostra incomprensione delle leggi naturali».
La nostra società, in particolare l’ideologia del Transumanesimo (che crede in un progresso illimitato, al fine di oltrepassare la finitezza umana grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche) opera una rimozione sistematica della morte. L’obiettivo diventa quello di portarla “sempre più in là”: un privilegio offerto però solo a chi può permetterselo, creando una nuova e profonda ingiustizia sociale. La possibilità di una vita iperlongeva si trasforma dunque in una mera questione economica, ben lontana da quella ricerca di senso che dà forma e valore al tempo presente.
D’altro canto c’è nel contempo una produzione politica ed economica della morte stessa mediante guerre, diffusione di malattie causate dalla violazione della natura e precarizzazione della vita delle persone fino alla miseria estrema. La sua rimozione dalla visuale collettiva aiuta a non pensarci proprio mentre la morte artificiale viene prodotta e inflitta su scala di massa.
La rimozione sociale della morte ci rende afasici: mancano le parole persino per nominarla e per parlarne. Come evidenzia la Terror Management Theory (TMT) proposta da Sheldon Solomon e colleghi, l’occultamento della morte è culturalmente determinato da istanze psicologiche di difesa contro l’angoscia ed è quindi funzionale tanto alla sopravvivenza dell’individuo quanto alla costruzione della società. Ma che succede quando togliamo ai nostri figli la possibilità di confrontarsi con il limite e persino con la malattia? Quello che ne deriva è un approccio pornografico nei confronti della morte. Guardandola dal buco della serratura, essa può diventare eccitante, con le conseguenze che sempre più nelle giovani generazioni osserviamo. Dal bullismo, ai simboli della cultura trap fino alla violenza di genere. Del resto, se si capisce la propria “finitudine”, si comprende anche quella altrui, aprendoci a quella dimensione empatica che è alla base dell’accettazione e del rispetto di sé e dell’altro.
C’è un vuoto culturale nel prepararsi al compimento della vita, un’assenza di linguaggio per parlare del limite e del compimento. Chiamare la morte “sorella” significa riconoscere che essa non è l’opposto della vita, ma accoglienza della propria “finitudine”, presa di coscienza che la fragilità non è scarto, ma componente essenziale della vita.
Il Festival Francescano non intende proporre risposte facili, ma spazio di sosta, di riflessione e di ascolto vicendevole. Porrà in dialogo medicina e spiritualità, cura e comunità, scienza e fede, dolore e speranza.
Continuando nell’intento di “chiamare le cose come stanno”, per rinnovare un lessico che oramai non può più essere compreso dalla maggioranza, è necessario ridefinire anche il concetto del dopo morte, superando una dimensione spaziale (ad esempio il Paradiso e l’Inferno come “luoghi”) per aprirsi a considerare un nuovo stato dell’essere o una condizione del tempo. Utile sarà anche approfondire il significato teologico della “risurrezione della carne”, dell’”immortalità dell’anima” e della “vita eterna”.
Quale atteggiamento tenere nel momento del trapasso, che risulta così determinante per l’intera vita? La reale tragedia della morte è la rottura dei legami. Esistono certamente malattie inguaribili ma non esistono persone incurabili, e questo concetto sposta il focus dall’esito biologico (la guarigione fisica) alla cura esistenziale e relazionale, oltre che alla cura palliativa (per lenire il dolore). L’unica vera battaglia da combattere non è l’accettazione passiva della morte biologica, ma lo smascheramento e il superamento delle dinamiche di “mortificazione”.
Il rifugio nella solitudine, nella vecchiaia così come nella malattia, è certamente una delle principali piaghe che flagella la società contemporanea. In ambito ospedaliero, anche in Italia sono state istituite, a onor del vero in tempi abbastanza recenti, le équipe multidisciplinari che includono psicologi, educatori, assistenti sociali e consulenti spirituali (filosofi o ministri di culto) nell’accompagnamento al fine vita. Come affermava colei che è riconosciuta come la fondatrice delle cure palliative, l’infermiera, assistente sociale e medico inglese Cicely Saunders, il cambio di prospettiva va dal curare al prendersi cura. Una prospettiva che ben si allinea con il messaggio di fratellanza evangelica e francescana che, nel riconoscersi tutti figli, include persino “sorella morte”. C’è dunque la morte fisica, certo, ma c’è anche la morte spirituale, quella dell’anima. Francesco induce a guardare all’evento ultimo nel modo più lucido: si teme l’estinzione del corpo, ma la vera tragedia è la povertà interiore, il peccato, una vita sprecata nell’egoismo.
Il vero dramma non è morire, ma come si vive! Per dirla con Marcello Marchesi: «L’importante è che la morte ci trovi vivi».
In estrema sintesi, il Festival Francescano 2026 includerà i seguenti filoni tematici, pur rimanendo aperto, come sempre, ad altre suggestioni disciplinari e di riflessione:
– psicologia: dare un significato al fine vita riempie di senso la vita stessa
– sociologia: il superamento dei limiti, anche in relazione alle giovani generazioni
– teologia: i concetti di Resurrezione e di anima
– medicina: le cure palliative
– spiritualità francescana: la morte come sorella che apre alla vita eterna.
Il manifesto scientifico del Festival Francescano 2026 è coordinato da fra Dino Dozzi, direttore scientifico del Festival e biblista ed è stato realizzato grazie al contributo di:
Guidalberto Bormolini (assistente spirituale, conferenziere e tanatologo)
Marco Maltoni (oncologo, ematologo e docente universitario)
Roberto Mancini (filosofo, docente universitario e politico)
Annamaria Marzi (direttore infermieristico Hospice Casa Madonna dell’Uliveto)
Vincenzo Paglia (presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita)
Ines Testoni (psicologa, filosofa e psicoterapeuta)
Lucia Vantini (filosofa, teologa e docente universitaria)
Guidalberto Bormolini
Marco Cesare Maltoni
Roberto Mancini
Annamaria Marzi
Vincenzo Paglia
Ines Testoni