info@festivalfrancescano.it     334 2609797

Paolo Benanti, “Cyborg, l’era del post-umano”

Il teologo Paolo Benanti, frate francescano del Terzo Ordine Regolare, è un esperto di bioetica e in questo intervento si pone una domanda fondamentale: è possibile che la tecnologia e la capacità di innovazione del nostro tempo possano essere orientate verso un orizzonte di sviluppo e possano essere volte al bene degli uomini e di ogni singolo uomo?

La riflessione prende avvio dalla definizione di cyborg, termine che nasce nell’epoca della conquista dello spazio quando ci si interrogava su come un organismo vivente potesse sopravvivere in un ambiente non adatto alla vita. Il termine cyborg – che unisce le due parole cybernetic e organism –indica infatti un organismo modificato che si adatta alle diverse condizioni di vita con una funzione omeostatica.

Ben presto, però, ci si accorse che il funzionamento dell’essere umano non era semplicemente un problema fisiologico e la possibilità di controllare la condizione emotiva e cognitiva degli essere umani divenne la seconda frontiera dell’interazione tra uomo e macchina. Lo sviluppo di successivi cyborg rispondeva all’idea che si stava diffondendo secondo la quale si poteva modificare la costituzione umana perché questa vita, che è la nostra vita normale, non sembrava abbastanza e sufficientemente piacevole. Dopodiché si è iniziato a teorizzare che queste modifiche dell’uomo fossero di natura permanente e, successivamente,  che potessero appartenere a tutta la razza e a tutta la specie e che si trasmettessero di generazione in generazione come nuova caratteristica dell’essere umano.

Il concetto di cyborg si ricollega al concetto di salute. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definiva la salute quale stato di pienezza della persona che prevedeva un benessere fisico, psicologico e anche spirituale. Successivamente, invece, la salute venne definita come una percezione di se stessi e del proprio funzionamento all’interno di una scala di valori che potesse essere definito normale. La salute non era più uno stato di pienezza, ma uno stato di normalità e la normalità non basta a nessuno e il cyborg diventa espressione di una società che sembra non trovare all’interno della normalità una caratteristica antropologicamente soddisfacente e si inizia a pensare di intervenire con i prodigi della tecnica non per riparare delle condizioni deficitarie, ma per migliorare la vita di persone che stanno bene.

Questi miglioramenti o enhancement tecnologici hanno creato una commistione tra qualcosa che è macchinico e qualcosa che invece è vivo, tra la vita e la macchina, portando alla fusione della soglia di separazione che c’è tra l’artificiale il naturale. Oggi, infatti, possiamo ottenere degli organismi viventi artificiali, naturalmente artificiali o artificialmente naturali, e c’è stato bisogno di una nuova categoria: il sintetico.

Prima di arrivare a veri e propri interventi elettronici, questi miglioramenti sono stati realizzati con chimico-farmacologici che agiscono su alcuni tratti della personalità umana e alterano il funzionamento degli individui sia a livello patologico, come gli antidepressivi, sia a livello non patologico, come il ciclo veglia-sonno o la sedimentazione o rimozione dei ricordi. L’utilizzo di questi neuro-farmaci con una finalità di miglioramento è indice che l’umano viene considerato come qualcosa di malleabile su cui si possono mettere le mani.  Il vero problema etico nasce perché questi interventi non sono di per sé bene o male e perché la tecnologia si colora di significati diversi a seconda dell’utilizzo che se ne fa.

La domanda di fondo, che è una domanda del tutto etica, è quindi: ma possiamo fare tutto quello che possiamo fare? Come valutare eticamente queste tecnologie?
La risposta a questa domanda ruota generalmente attorno a tre grandi modelli – fear of uncertain (paura dell’incerto), equality e purse for happiness (concetto per cui tutti gli uomini sono uguali e ognuno ha il diritto di ricercare la propria felicità), policy (modello secondo il quale esistono solo le regole) – che però sono frutto di un government in cui c’è un’autorità che dà delle norme sul basso.
Per problemi così complessi questo modello di governo non funziona e bisognerebbe passare alla governance, creando degli spazi comuni in cui le diverse competenze – mediche, filosofiche, tecniche, giuridiche, anche teologiche e religiose – si confrontano cercando quella che è la migliore soluzione per orientare l’innovazione tecnologica verso l’orizzonte comune dello sviluppo.