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Matteo Maria Zuppi, “Sognate cose grandi”

Matteo Maria Zuppi, Vescovo di Bologna, dialoga con il vaticanista Andrea Tornielli sul tema del futuro: considerato il presente, come può essere semplice?

Zuppi comincia il suo intervento con un’immagine: futuro e semplice sembrano non andare d’accordo perché il presente è complicato ed è come quando c’è la nebbia, che ci impedisce di guardare oltre, che ci imprigiona, che ci spinge ad accontentarci dell’immediato.
Il futuro, invece, può essere semplice se seguiamo l’esempio di san Francesco che, nella sua semplicità, pensa a cose grandi, guarda e si confronta con il futuro e non si accontenta del presente. Il futuro così appare semplice, non perché si evita la complessità, ma perché la si guarda con gli occhi della speranza e con gli occhi della fede.

Secondo Tornielli sono cinque le parole che possono guidare la costruzione di un futuro semplice: essenzialità, esserci, insieme, realismo, missione. Su queste il Vescovo Zuppi porta alcune riflessioni.

Essenzialità è pensarsi non con l’inizio e la fine nel proprio io, ma pensarsi con un io che va oltre, che è sostanzialmente l’amore che costruisce il futuro. Essenzialità è essere sobri e avere stili di vita sostenibili, come ci invita a fare la Laudato sii, per non rubare il futuro alle generazioni che verranno e lasciare a chi oggi guarda al futuro anche il gusto della speranza, nella convinzione che anche nella complessità la vita può cambiare e che il mondo può essere migliore.

Così come papa Francesco invita i giovani a non balconear, cioè a non stare al balcone, guardando la vita che passa, il vescovo Zuppi ricorda l’insistenza del Vangelo a scendere in strada, dove si incontra Gesù e il prossimo, a esserci, a lasciare la propria impronta nella vita. Occorre infatti vedere la storia non come qualcosa che ci supera o come qualcosa di talmente grande da rimanere immobili, perché il futuro non deve mettere ansia. Anzi: il futuro e la speranza ci liberano dall’ansia e ci fanno entrare nel tempo.

A dispetto della società che punta a scardinare tutto ciò che è rete sociale, la parola “insieme” ci può indicare una via con cui affrontare il futuro e guardarlo con occhi di speranza perché l’uomo è relazione e solamente nella relazione è possibile definire l’io e il noi. Il rapporto con l’altro, infatti, dovrebbe aiutarci a capire meglio la nostra identità e a essere più consapevoli di ciò che siamo perché l’identità dovrebbe essere qualcosa di solido, di profondo, che ovviamente si trasforma. L’identità, infatti, non è un punto fisso, non è nemmeno un cerchio che si apre e si chiude, ma una linea che va verso qualcosa e che, altrimenti si chiude nel presente.

Il cristiano guarda al mondo non come a un abisso di perdizione, ma come a un campo di messe. È uno sguardo che non cambia la realtà del mondo, ma che cambia l’atteggiamento con il quale si pensa al futuro. È uno sguardo non banalmente ottimista, ma profondamente e realisticamente cristiano.
Il realismo, infatti, non è solo amministrazione del presente, ma anche sguardo al futuro che permette di entrare nella realtà. Anche Gesù ci invita ad “alzare gli occhi e a guardare”. Sono gli occhi della speranza, che penetrano il presente e che ci aiutano a capirlo. Senza il futuro, infatti, non viviamo il presente.

Anche noi cristiani, concludono, siamo chiamati a costruire il futuro e a farlo partendo dalla nostra debolezza, con un amore che trasforma e costruisce il futuro. Lo stile della nostra missione deve essere quello della gioia, che è speranza, accoglienza, interesse… Come per san Francesco la gioia è la vera chiave con cui comunicare il Vangelo e costruire il futuro.