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Manifesto scientifico: “Futuro semplice”

Pubblicato il Manifesto scientifico, guida della manifestazione, nel quale importanti esponenti del mondo francescano si interrogano sul tema del “futuro” 

Si chiude un triennio per Festival Francescano a Bologna, si apre al futuro. È questo il tema che i francescani dell’Emilia-Romagna scelgono per l’edizione 2017 “Futuro semplice”. Un tema affrontato in primis dai componenti del Comitato scientifico (fra Luca Bianchi, preside dell’Istituto Francescano di Spiritualità; fra Paolo Canali, direttore dell’Editrice Biblioteca Francescana; fra Dino Dozzi, direttore del “Messaggero Cappuccino”; suor Mary Melone, Magnifico Rettore della Pontificia Università Antonianum di Roma; suor Paula Yucra Solano, presidente Movimento Religiose Francescane; fra Dinh Anh Nhue Nguyen, preside della Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum; fra Fabio Scarsato, direttore del “Messaggero di sant’Antonio”; Anna Pia Viola, Ordine Francescano Secolare) in questo “manifesto”, che viene proposto come faro nella costruzione del programma del Festival.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la filosofia si è occupata di futuro soprattutto sotto il profilo della logica. Lo stretto legame con il concetto di “tempo” è più propriamente scientifico, e pone le basi sul fatto che una qualche concezione temporale (più nello specifico: una concezione del futuro) sia presente in ogni società conosciuta. Artisti e letterati hanno “riempito” di significato il concetto di futuro con suggestioni, alcune molto note come quella dimensione di “infinito” cara al Leopardi («e mi sovvien l’eterno,/e le morte stagioni, e la presente/e viva, e il suon di lei»). Intellettuali come Italo Calvino, più recentemente, hanno tentato di leggere nel presente qualche anticipazione di futuro, basti pensare a “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”.

La tradizione giudaico-cristiana è impregnata di futuro, tutta tesa verso Qualcosa che viene dopo; un tempo escatologico, come lo ha definito Le Goff. Nel cammino dell’umanità attraverso il tempo fino alla salvezza, ruolo fondamentale detiene la promessa divina. “Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato” si legge nella Bibbia, al capitolo 65 del libro di Isaia. Come attualizzare il concetto di speranza profetica? Ci viene in aiuto il professore Luigino Bruni, che è stato recente ospite del Festival: “I profeti amano il proprio tempo dialogando con chi chiede in cerca di risposte senza poter rispondere. E mentre abitano questa notte dialogante, iniziano i primi bagliori del giorno” [Avvenire, 11 settembre 2016].
Speranza e dialogo: ecco due parole chiave per la prossima edizione di Festival Francescano. La speranza: una virtù teologale, ovvero un dono gratuito che, come ha detto papa Francesco: “Si dice che sia la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. […] Vivere in attesa della rivelazione o vivere bene con i comandamenti, essere ancorati nella riva di là o parcheggiati nella laguna artificiale. Penso a Maria […] Siamo in attesa, questo è un parto. E la speranza è in questa dinamica, di dare vita” [Omelia del 29 ottobre 2013]. Oppure, come ha scritto un altro “amico” del Festival, don Giovanni Nicolini, la speranza “è il severo comandamento a pensare, dire e fare, senza lasciare che quei mali siano l’ultima parola” [Messaggero Cappuccino, giugno/luglio 2015]. In questa dinamica, il dialogo è elemento fondamentale per imparare l’arte del mosaico, cioè la civiltà del vivere insieme, conditio sine qua non per la possibilità di futuro.
Dal punto di vista biblico, occorre rileggere e comprendere bene il collegamento tra Babele e Pentecoste. Il peccato della costruzione della torre di Babele [Gen 11,1-9] è “il peccato originale sociale”, consistente nel volere conservare e imporre una lingua unica, una città-civiltà monolitica, una globalizzazione omogeneizzante, un totalitarismo orgoglioso che “salga fino al cielo”, sfidandolo. Nella Bibbia, la Pentecoste [At 2,1-11] viene presentata come l’anti-Babele, la ripresa del progetto di Dio di “radunare tutte le nazioni e le lingue perché vengano e vedano la gloria del Signore” [Is 2,2-4], donando agli apostoli la capacità di annunciare il messaggio evangelico a tutti i popoli, permettendo così la costruzione di una società pluralista basata sul rispetto, sulla valorizzazione e sull’armonia delle diversità.

Per queste ragioni abbiamo sentito la necessità di declinare un Festival Francescano al futuro. Il futuro, infatti, è cosa troppo seria per lasciarlo nelle mani solo di una economia, di una politica e di una tecnica che in nome del profitto e del progresso stanno distruggendo l’uomo e la sua casa, i suoi valori e i suoi sogni. Dobbiamo riappropriarci del nostro futuro.
Dobbiamo fare qualcosa, qui e ora, per tentare di risanare quel debito generazionale che grava sui nostri figli. Ed è il più grande sogno di questa edizione di Festival Francescano, quello di potere parlare ai giovani. Quei giovani che pare non riescano a vivere il tempo dell’attesa, frastornati da tecnologie che pretendono il tutto e subito. Quei giovani che sembra non facciano più domande, subissati da un surplus di risposte e di soluzioni.

Che cosa i francescani hanno da dir loro? Rileggiamo le ultime parole che san Francesco, con grande fiducia nel Signore e nei fratelli futuri, rivolse loro, in punto di morte, sulla nuda terra: “Io ho fatto la mia parte, la vostra Cristo ve la insegni!” [FF 1239].
“È come accettare di poter morire al termine di ogni giornata, nella pace di chi è consapevole di aver fatto il suo. – afferma Remo Di Pinto, presidente nazionale dell’Ordine Francescano Secolare – A ognuno di noi è chiesto solo di essere testimoni del carisma, partecipandovi con la docilità e la povertà di chi sa di essere semplicemente uno strumento” [Lettera a tutti i francescani secolari d’Italia, 3 ottobre 2016].
È un futuro provocatoriamente semplice, quello che Francesco e Chiara ci hanno ispirato. Celebre il discorso di Francesco al Capitolo delle Stuoie del 1221, che radunava cinquemila frati, molti dei quali uomini di cultura, e il futuro papa Gregorio IX: «Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato per la via dell’umiltà e mi ha mostrato la via della semplicità. […] Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo”: e il Signore non vuole condurci per altra via che quella di questa scienza!» [FF 1564]. Gli fa eco santa Chiara, nelle lettere ad Agnese di Praga, con la celebre metafora nella quale invita ad essere specchio del Signore anche per le sorelle e i fratelli futuri.
Ricorre quest’anno l’ottavo centenario della nascita di san Bonaventura, tra i più importanti biografi di Francesco d’Assisi. La sua “teologia della storia”, che fu oggetto della tesi di dottorato di Joseph Ratzinger, recentemente pubblicata, è strettamente collegata al tema della rivelazione nel tempo, ed è quindi molto importante anche per il modo di leggere con fede il futuro.
Desideriamo concludere questo “manifesto” con uno dei tanti aneddoti attribuiti alla vita di Francesco. Fra Bartolomeo da Pisa racconta che, nell’orto di Montecasale, il Santo ordinò a due giovani, che chiedevano di entrare nell’Ordine, di piantare i cavoli a testa in giù. Tradizionalmente letta come “parabola” sull’umiltà e sull’obbedienza, questa vicenda potrebbe insegnare qualcosa anche a noi che riflettiamo sul futuro. Non abbiamo forse bisogno di spezzare le consuetudini, di un cambio di prospettiva? Non abbiamo forse bisogno che le nostre le nostre radici guardino all’insù, proprio verso il Cielo? [Redazione: Chiara Vecchio Nepita].

Su queste solide riflessioni si basa il programma del Festival 2017, che viene declinato attraverso diversi filoni:
biblico: da Babele a Pentecoste sino all’Apocalisse, la visione dei testi sacri sul futuro;
spirituale: quale futuro per le religioni?;
filosofico-letterario: la creatività genera futuro. L’apporto di intellettuali e artisti sul tema;
psicologico: viviamo la paura del futuro. Che ruolo hanno desiderio e speranza?
sociale: la postmodernità si muove tra il rischio dell’unità globalizzata e omogeneizzante e l’utopia di una diversità completamente armoniosa. Proveremo a riflettere su quali pacifiche armi si possono mettere in campo per affrontare, insieme, le sfide del futuro.

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