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Lidia Maggi, “Verranno giorni…”

Accompagnata dal violino di Sebastiano Reginato, in questo intervento la biblista e pastora battista Lidia Maggi apre, a partire dal testo biblico, tre finestre sul presente, per illuminarlo e, in un’epoca di carestia del futuro, aiutarci a guardare al domani.

La prima finestra viene aperta dal profeta Geremia, il profeta dell’esilio, che invita il popolo di Israele, esiliato e deportato, a costruire e abitare case, a piantare orti e a mangiarne i frutti (Ger 29,1-7). Geremia ci stimola a “rischiare il futuro”: anche quando ci troviamo di fronte alle macerie del non senso, anche quando ci sembra che tutto sia bloccato, bisogna osare costruire il futuro.
Il futuro, infatti, è la capacità di saper abitare la tensione tra ciò che non si vede, ciò che non si sa e ciò che si potrà costruire, anche se non saremo noi ad abitare le case che costruiremo. Così come Geremia ci invita a essere generativi, a costruire il futuro anche laddove non si vedrà la fine di questa costruzione, Lutero dice: “Se anche domani io sapessi che devo morire, oggi io pianterei un melo”.
Secondo la Maggi il futuro è, nello sguardo provocatorio del profeta, quell’atto di responsabilità che ci spinge a fare gesti che non necessariamente portano benessere per noi, ma che si preoccupano per le generazioni future; ad aprire una breccia e a creare le condizioni perché la realtà diventi feconda, in un patto di solidarietà e di condivisione non solo tra i popoli che abitano la terra, ma anche con le generazioni che verranno; a sognare il domani non solo per se stessi.

La seconda finestra viene aperta dal profeta Eliseo che in un passo del Secondo libro dei Re (2Re 4,39-41) invita a non buttare via la minestra avvelenata, ma ad aggiungerci della farina per renderla commestibile. Spesso, nel presente, viviamo una carestia di futuro e ci nutriamo di tanti veleni, che segnano il nostro presente e ci contaminano. Il miracolo di Eliseo è il miracolo della crisi, di chi non ha la capacità di moltiplicare il cibo, ma la pazienza, nella crisi, di trasformarlo. Osare il futuro significa quindi anche abitare l’arte della correzione, l’arte dei piccoli segni riparatori che rammendano gli strappi, che risanano minestre avvelenate, che non si possono gettare via.
Questo episodio ci pone una domanda, che ci aiuta ad aprirci al futuro: che cosa davvero ci nutre? La sapienza di un futuro semplice e piccolo, che però nutre, è proprio quella di non gettare via tutto di fronte ai veleni che ci contaminano, perché forse possono essere corretti con l’arte sapiente che è in grado di trasformare la realtà.
È ciò che ci dice il libro del Qoelet quando afferma che c’è un tempo per ogni cosa (Qo 3,1-11): discernere il proprio tempo per riconoscere la crisi di futuro è il primo passo per sentire la fame di futuro. Secondo la Maggi, infatti, il problema non è essere ottimisti o pessimisti rispetto al futuro, piuttosto capire qual è il nostro tempo, trasformare macerie in case e correggere minestre avvelenate perché diventino minestre che nutrono.

Parlare di futuro in tempo di crisi significa azzardare il futuro e l’ultima finestra è la storia della guarigione di una donna che perde sangue (Mc 5, 35-43). Secondo la biblista, infatti, la nostra società è come questa donna che si dissangua, che perde energia vitale e che si ostina a cercare la soluzione di questo dissanguamento di presente negli esperti, delegando ad altri quell’agire, il suo, che può farle trovare una soluzione. La donna però poi decide di agire: non chiede più ad altri la soluzione del suo disagio, ma azzarda, rischiando il contatto e inventandosi una soluzione trasgressiva per toccare con mano la sorgente della vita.
In questo brano evangelico, però, sottolinea la Maggi, l’interessante non è tanto la capacità di questa donna di agire finalmente, di riprendere in mano la propria vita e di arrivare a pensare che solo lei può arrivare a toccare la fonte di energia in grado di restituirle il futuro, ma che le venga chiesta la sapienza dell’interpretazione del gesto. La donna, infatti, si sente rivolgere la domanda: “Chi mi ha toccato?”, una domanda che invita alla relazione perché è una domanda che ha a che fare con l’identità. È una parola che apre al futuro perché è una parola personale: il futuro semplice è un futuro che prima di tutto passa da me, dalla mia esperienza personale, dalla mia esperienza narrativa, dalla mia vita.

Il futuro si apre anche quando facciamo memoria della nostra storia e della nostra verità. Il futuro è questione di fede, di fiducia e non necessariamente di fede in Dio, piuttosto di fiducia nella vita. È la fiducia nella vita che accogliamo quando veniamo al mondo, che ci fa costruire una grammatica della vita che ci fa sentire l’esigenza di relazione. Il futuro semplice non è un futuro semplicistico e nemmeno infantile, è un futuro adulto che fa i conti con la realtà avvelenata, che fa i conti con le ferite, con le macerie e con la dispersione di energia vitale.
È il futuro dei figli di Dio e delle figlie di Dio, ma figli di Dio maggiorenni, non minorenni.