Una proposta rivolta a tutti, non solo a frati e suore, e che interessa tutti, come abbiamo verificato. Con felice stupore abbiamo scoperto di essere in tanti, maproprio in tanti, a guardare con ammirazione quel fraticello di Assisi di ottocento anni fa e ciò che rappresenta per il mondo intero, al di là di religioni e razze: non una rivoluzione, ma la rivoluzione, per riprendere una frase di Liliana Cavani. La rivoluzione della libertà personale, solo nella quale è possibile incontrare in modo gratuito e autentico l’altro e, per alcuni, il grande Altro.Per tre giorni si è parlato di Francesco con molti linguaggi diversi: dotte conferenze cattedratiche, spettacoli teatrali intensi, musica popolare in piazza e musica “alta” di Lucio Dalla a commento della poesia “altissima”di Alda Merini, mostre classiche e modernissime, film francescani di autori diversi, attività didattiche che hanno coinvolto quattromila ragazzi; e poi la preghiera in piazza e in chiesa, animata da frati e da suore, perfino da quattro clarisse che hanno ottenuto il permesso eccezionale di uscire dalla clausura per partecipare al Festival.Ma il linguaggio fondamentale che veniva utilizzato da tutti, e da tutti immediatamente capito, era quello degli occhi dei partecipanti: occhi che brillavano di gioia e di riconoscenza. Le parole si limitavano a dire “grazie” e domandavano “perché solo ora si era pensato ad una cosa così bella?”.Il vescovo ha ringraziato per i “tre giorni di spiritualità offerti a Reggio Emilia”. Una spiritualità dal volto nuovo, fatta soprattutto di incontro tra persone che si guardano in faccia e si scoprono illuminati da un sogno comune di pace e di fraternità. È spiritualità dal volto nuovo anche la festa di ragazzi e ragazze che ballavano in piazza con frati e suore; come pure i tanti gruppi di bambini e ragazzi che in cerchio con frati e suore cantavano e disegnavano Francesco e lo raccontavano poi ad altri in piazza con i loro grandi fogli coloratissimi. È un seme che è stato gettato: a suo tempo potrebbe produrre frutto.Era una scommessa: verrà la gente al Festival? La gente è venuta: venticinquemila presenze.C’è un tempo per il silenzio e un tempo per la visibilità. Franco Cardini è del parere che questo è il tempo per rendersi visibili, perché in mezzo a tanta ostentata visibilità di segno distruttivo bisogna scendere in piazza, e far vedere anche il bene.La gente va meno in chiesa? Sarebbe forse utile domandarsi il perché. Abbiamo visto che andando noi in piazza in un certo modo, a braccia aperte e pronti al dialogo, la gente accoglie, ascolta, dialoga. Vien da domandarsi se il problema riguardi il luogo - sacro o profano, chiesa o piazza - o non piuttosto il nostro modo di accogliere o non accogliere, di dialogare o di sentenziare, di presentarci da fratelli o da maestri scontrosi e “onniscienti”.Perché, se questa fosse la diagnosi corretta, allora ne potrebbe derivare una possibile soluzione: un Festival Francescano in piazza si potrà continuare a farlo - ci auguriamo – tre giorni all’anno; ma quella che chiamiamo la “pastorale” potrebbe venire rinnovata ogni domenica in tutte le nostre chiese. La piazza potrebbe insegnare alla chiesa. Detto in modo più accettabile: dal Festival Francescano potremmo imparare un modo nuovo, più diretto, più popolare, più dialogico, più fraterno di stare in mezzo alla gente, di parlare di Francesco d’Assisi, di annunciare il vangelo di Gesù Cristo.Stefano Zamagni diceva che i francescani debbono rimettersi a studiare: hanno dato tanto in passato - parlava di economia - e tanto debbono continuare a dare al mondo di oggi, drammaticamente bisognoso di soluzioni “fraterne”. Un piccolo modo per rimettersi a “studiare” insieme piste nuove da proporre è concretamente quello di organizzare un altro Festival Francescano. Perché non sfugge a nessuno che il metodo diventa contenuto: l’incontrarsi e il lavorare insieme, per far incontrare e lavorare insieme, è insieme metodo e contenuto.Giovanni Salonia faceva notare anche l’anomalia francescana: Francesco abbraccia il lebbroso e chi viene guarito è Francesco, non il lebbroso. Ma il contagio c’è ed è dirompente: vedendo l’effetto di quell’abbraccio in Francesco, anche al lebbroso può venire voglia di abbracciare qualcuno. E inizierebbe una catena di abbracci che guariscono.Yes, we can. Abbiamo visto che è possibile abbracciarsi. Ed è bello.
di P.Dino Dozzi